Ebbene sì, sono tornato. Non tutto d’un pezzo, ma sono tornato. Ecco la prima parte…
Partenza drammatica. Pioggia e bestemmie fino a Zena come da copione, che ve lo dico a fare. Imbarco e partenza con il canonico ritardo abissale.
Anche in coperta piove. Sì, piovono filippini. Ce ne sono dappertutto, escono dalle fottute pareti.
Da quest’anno Grandi Navi Veloci evidentemente ha deciso di investire in personale asiatico piuttosto che potenziare la sala cinema, infatti quest’ultima funge da dormitorio e davanti al telone campeggia un televisore degli anni ’80 sintonizzato su una registrazione di Rete 4. Epic Fail per GNV.
Unico dettaglio degno di nota della traversata del mediterraneo: la lettura fortuita de Il Richiamo della Foresta di ZioJack, uno con cui mi sarebbe tanto piaciuto viaggiare.
Il porto di Tunisi ci accoglie con un arcobaleno widescreen. Dura pochi secondi ma abbastanza per farmi capire di essere arrivato sufficientemente lontano da un sacco di cose.
Avanti veloce fino a Gafsa, già così a sud da potere iniziare a togliersi uno strato di vestiti di dosso.
L’asfalto finisce qui. Ora si inizia a fare sul serio.
Dopo pochi chilometri, in cui inizio a testare le gomme sullo sterrato e sui primi riporti di sabbia, arriviamo ad un punto in cui la strada è interrotta. Poco avanti a noi c’è il passo da cui potremmo ammirare la vastità del chott, ma sembra impossibile arrivarci. Tranne me ed altri due, gli altri decidono di desistere e non ci provano nemmeno.
La mia moto ha una delle sedute più alte del gruppo ma io non sono tra i più alti e questo è un grosso problema su un percorso di questo tipo. Quando stai attraversando il greto di un fiume, su sassi traballanti, con una moto da duecento chili da tenere dritta e sotto i piedi hai mezzo metro di vuoto da entrambe le parti sono davvero cazzi, cari miei.
Ma sono qui per provarci, no? e allora andiamo.
Pronti? Via.
SBAM. Subito a terra.
Me lo aspettavo e non mi faccio prendere dallo sconforto. Non me la prendo nemmeno per le risatine di chi è rimasto fermo ad aspettare, con le mani dietro la schiena, parlottando di quanto sia stupido solo provarci.
Non me la prendo, perchè qualcuno qui deve pur tirare fuori i coglioni e tentare di superare i propri limiti.
Con l’aiuto degli altri due soci mi rialzo, ci riprovo e ne vengo fuori. Nemmeno mezzo chilometro dopo c’è un’interruzione peggiore, e superata quella un’altra ancora peggio.
Continuo a crederci, continuo a cadere, continuo a rialzarmi e cerco di farlo da solo, anche se sento il cuore che scoppia e le forze che iniziano ad abbandonarmi.
La quarta interruzione è davvero tosta e quello che si vede dopo preoccupa tutti e tre. OK, io sono arrivato ragazzi. Su questo tipo di terreno non ho altre carte da giocare e rischio solo di rallentarvi e di distruggere la moto. Andate, dico.
Loro si guardano, guardano la montagna e si guardano ancora, infine lasciano perdere anche loro. Abbiamo meno di un’ora di sole e ancora tanta strada prima di arrivare alla prossima tappa.
L’Africa è anche questo, una serie di tracce solcate nella tua mente che non sempre si rivelano praticabili. Ci puoi provare, certo, ma quando Lei dice no, è no e basta.
Ripercorriamo a ritroso la strada che ci ricongiungerà al gruppo, con le stesse modalità.
Incontriamo un pastorello che ci conferma che fino al passo non ci saremmo potuti arrivare. Pietre giganti e nessuna strada.
Ci aiuta a togliere i sassi più grossi sul nostro percorso in modo da facilitarci l’attraversamento delle parti di strada franate. Gli offro qualche spicciolo ma lui rifiuta mettendosi una mano sul cuore. Insisto, se li è meritati.
Arriviamo a Tozeur che è ormai buio pesto. Gli ultimi venti chilometri percorsi senza tracce né punti di riferimento su una strada sabbiosa tutta curve, che sembrava non dover finire mai.
Il morale non è esattamente alle stelle, dover cambiare percorso non è mai piacevole, ma i paesaggi mozzafiato dopo la pietraia ci hanno ridato vigore e speriamo che domani andrà meglio.
Sveglia presto. L’idea è quella di arrivare a Douz, La Porte du Desert, attraversando il Chott el-Jerid.
Il Chott è, o meglio era, un lago salato seccatosi nel corso dei secoli da cui ogni inverno riaffiora parte dell’acqua inumidendone la superficie. Qualcuno dice che nella preistoria potrebbe essere stato parte del mare, ma nessuno lo sa con certezza.
La parte più lunga del Djerid, per intenderci, arriva fino a duecentocinquanta chilometri. Per la maggior parte è un’immensa tavola di sale di cui è impossibile vederne la fine e il riverbero crea sulla sua superficie curiosi miraggi.
Come dicevo, in inverno è spesso fangoso e prima di arrivarci sopra è impossibile prevederne la consistenza. Ma spesso è fango viscido.
Fango salato.
Fango che quando secca ha la consistenza della ceramica.
Fango denso e appiccicoso “delizia” di ogni ruota tassellata.
Tentiamo la traversata scendendo verso sud-est, cercando di portarci il più possibile verso l’interno del lago, ma appena mettiamo le ruote nel chott ci accorgiamo che è come guidare su una saponetta. In meno di un minuto il fango ricopre le ruote che assomigliano ora a quelle del MotoGP. Io, con molta calma, riesco ad uscirne.
Passiamo un quarto d’ora a togliere dalle ruote il grosso del fango prima che possa solidificare bloccandole. Ci tocca comunque tornare al paese più vicino e lavarle.
Abbiamo perso un’ora abbondante pertanto decidiamo di accelerare i tempi ed attuare il piano B, la traccia un po’ più verso la costa, sperando che il chott sia più clemente.
Così è. Anzi, i primi chilometri sono parecchio duri e riusciamo addirittura a toccare i centoventi chilometri orari. Questo non me lo sarei mai aspettato. Gas tutto aperto e via, a tuono, in questa landa completamente bianca.
Sembrava di volare dentro Struttura.
Questo, per esempio, è uno di quegli splendidi regali che ti fa l’Africa prima di prenderti a testate in faccia.
Qualcuno dice di aver visto dei cinghiali, e anche dei cacciatori inglesi.
In un lago salato. Senza vegetazione. Largo duecentocinquantacazzodichilometri.
Beh, almeno, se fosse vero, non ci sarebbe il problema di doverli mettere sotto sale.
I cinghiale morti dico, non gli inglesi.
Comunque la festa, quantomeno per la mattinata, è finita boyz. Da qui in poi il percorso all’interno del chott sarà intervallato da brevissimi cordoni di terra battuta (parliamo di dieci metri di respiro) e fango molle per un paio di chilometri per volta. Rimaniamo in piedi solo in due, gli altri arrancano con difficoltà e cadono a ripetizione. Mi fa piacere constatare che riesco a tenere in piedi il bombardone anche se il fondo è più scivoloso di un mattatoio a sera.
Uno di noi, non si sa perchè, è voluto venire con una moto troppo grande, troppo pesante e troppo stradale per una spedizione di questo tipo. E’ in difficoltà, si lagna, se ne vuole andare, ma siamo già troppo avanti e quasi nessuno prende realmente in esame l’eventualità di ritornare da dove siamo venuti.
Sicuramente non io.
Io voglio andare avanti, sempre e comunque. Non so cosa ci aspetterà, ma questo è quello che sono venuto a cercare.
Hic Sunt Leones.
Ogni tanto scendiamo per saggiare il terreno, per capire dove è più percorribile.
Io lo assaggio letteralmente.
Sì, è fango.
E sì, è salato.
Infine riusciamo ad uscire da quell’inferno e ritorniamo sullo sterrato.
In realtà non è ancora finita e me ne accorgerò presto. In effetti non siamo ancora usciti completamente dal chott, siamo ancora sulle sue sponde traditrici.
Davanti a me uno Zio inizia ad aprire il gas wide open e a me sale subito il sangue al cervello.
DEVO inseguirlo.
Gli sto sotto, addosso, forse troppo.
Passiamo su zone miste di terra e fanghiglia. C’è da stare attenti ma non ci sono particolari difficoltà pertanto mi concentro sulla sfida. Manca un chilometro circa e saremo fuori dal lago, veramente questa volta. Ed è qui che succede.
Davanti a noi c’è solo terra e fango infidamente dello stesso colore. Sembra un pezzo più o meno tranquillo, ma non è così. In realtà davanti a noi c’è la pozza peggiore della giornata.
Lui passa a cannone nel fango vergine e arriva dall’altra parte. Quando mi accorgo della pozza è troppo tardi e non posso uscire dalla traccia molle creata da lui, non ce ne sono i margini, e se provo a cambiare direzione so che mi farò male sul serio.
Do gas come se non dovesse esistere un domani, ma non basta. Il fango è troppo e troppo denso, l’anteriore si blocca, si chiude e cado di lato in quella merda.
Né io né la moto riportiamo danni ma la scena è spettacolare.
Cadendo, la moto si è girata di lato alzando una piccola onda di fango che i tasselli posteriori hanno modellato a strisce diagonali.
Sembra un fiore.
Un fiore di fango.
Muoverla da lì è impossibile. Figuriamoci, non si riesce nemmeno ad alzare i piedi.
Il fango mi arriva ai polpacci ed è talmente denso, come miele, che non riesco ad alzare le suole da terra se non con molto sforzo.
L’unica soluzione è usare le corde. Ne leghiamo quattro che vengono tirate da altrettante persone frontalmente mentre io do gas, senza salire in sella, ed altri due tengono dritto il mezzo. Nel giro di pochi minuti siamo fuori. E siamo felicissimi. Ogni difficoltà davvero tosta ci mette di buon umore (quasi tutti).
Personaggi strani ‘sti motociclisti, eh?
Da lì la giornata sarà tutta in discesa. Sterratone dritto e manetta spalancata.
Ci riposiamo un po’ e ci diamo una ripulita. Qualcuno dorme, si parla poco e si respira a pieni polmoni.
Durante il tratto finale un pastore si sbraccia per attirare la nostra attenzione. E’ disidratato e blatera senza sosta qualcosa di incomprensibile. Gli diamo qualche bottiglia d’acqua e lui tenta di ricambiare offrendoci, con gesti eloquenti, le grazie delle di lui capre. Decliniamo, va là.
Proseguiamo verso il deserto fino al tramonto ed io inizio a sentirmi davvero parte di una grande avventura, di un grande continente e di un Viaggio memorabile.
Archi a salire.
Di seguito il tracciato GPS di questa prima parte:
potete leggere la seconda parte del viaggio qui -> Alì, il drago del Sahara

Grande vinx, racconto più che apprezzato! Forza a scrivere la seconda puntata.