Seconda parte.
Se vuoi puoi leggere il diario della prima parte: fiori di fango.
Arriviamo a Douz, La Port du Desert, poco prima del tramonto, stanchi e felici.
Mentre gli altri si danno una ripulita, io e ZioLorenz andiamo nella piazzetta del paese per incontrare la guida con cui avevamo già preso contatto via web. Ci accompagnerà durante il tratto desertico facendosi carico del trasporto dei bagagli cosicché anche il nostro 4×4 possa viaggiare leggero.
L’”ufficio” si scopre essere un negozio di tappeti e souvenir vari sulla cui serietà non avrei scommesso un solo centesimo.
In fondo alla stanza lunga e stretta vi è un arco completamente ricoperto di adesivi di motoclub. Questo mi rincuora. Gli adesivi lasciati dai motociclisti di tutto il mondo stanno a significare “sono stato qui e mi è garbato”.
Superato l’arco entriamo in uno stanzino popolato solamente da un computer, una sedia e due uomini. Quello che non occupa la sedia di fronte al computer è seduto per terra e tiene di fronte a lui un piccolo bracere che diffonde molto più calore di quanto sembra poter produrre.
Ci invitano a sederci lì intorno e accettiamo di buon grado visto che siamo stanchi e sudati e il fresco di questo Dicembre africano inizia a penetrarci nelle ossa.
La persona seduta al computer si scopre essere il capo. Parla poco e in un inglese perfetto. Prima di parlare di lavoro, come consuetudine da queste parti, chiede al garzone di portare tè alla menta per tutti.
Coi nostri bicchierini semivuoti iniziamo a chiedere lumi sull’organizzazione. Scendiamo nei più piccoli particolari in quanto i prezzi sono altissimi, più che europei, e vogliamo essere sicuri che le nostre esigenze siano soddisfatte. Ogni tanto confabulo in italiano con il mio socio convinto che non mi capiscano, invece capiscono perfettamente.
Il capoccia allora ci fa accomodare nella prima stanza e ci racconta meglio chi sono e cosa fanno davanti ad un’altra teiera.
Nel nord-africa pare siano una delle associazioni meglio organizzate operanti nel settore guide/spedizioni. Lavorano anche per il cinema aiutando le grandi produzioni nella scelta delle location e organizzando i trasporti su sabbia. Di fatto, sono dei veri guru.
Ci racconta diverse storie, anche di quando era giovane, e per farci capire che non è tutta un’invenzione tira fuori una cosa per cui sono rimasto senza parole: il copione di Black Gold, l’ultimo film di Jean-Jacques Annaud con protagonista Antonio Banderas.
Le riprese sono ancora in corso e loro ne seguono il supporto logistico.
Sulla copertina del copione è riportato che si tratta di una copia non definitiva e confidenziale. Lo sfoglio con un misto di euforia e timore reverenziale.
Beh, io sono convinto. La mia vita è ufficialmente nelle loro mani.
Il giorno dopo Alì, la guida, si presenta al nostro albergo con il suo pick-up. In silenzio carica i bagagli e i viveri appena acquistati per la permanenza nel Sahara.
A differenza degli anni precedenti arriviamo al mitico Cafè du Desert piuttosto in fretta perché, al posto della solita pista, ci ritroviamo a percorrere una strada asfaltata.
Il tratti sabbiosi intorno al Cafè erano i peggiori che io abbia mai saggiato: molli e pieni di tracce di altri motociclisti che si intersecano. Il risultato è che occorre percorrerli a 10km all’ora, braccia tesissime e gran spaccamento di palle.
Pare che la “colpa” sia della nuova industria petrolifera sorta in zona.
Per fortuna l’asfalto dura pochi chilometri e poi inizia lo sterrato che ci porterà fino ai confini di un parco nazionale in cui riusciamo a scorgere delle gazzelle, animali ormai quasi estinti in questa zona.
Ci fermiamo qualche minuto in modo che Alì possa mostrare i nostri permessi di transito e ripartiamo per il deserto.
Il gruppo è silenzioso, stiamo per inoltrarci in un viaggio che pochissimi hanno intrapreso con dei dei bestioni come i nostri.
Sappiamo bene che con dei monocilindrici potremmo arrivare a Tembaine con una mano legata dietro la schiena, ma con ii nostri bombardoni si tratta di un atto di forza fisica e uno di fede nelle nostre capacità. Nessuno di noi è un endurista professionista e nel deserto ci avventuriamo solo una volta all’anno. La scommessa inizia adesso.
Finalmente poggiamo le ruote nel vero Sahara e iniziamo a riprendere confidenza con la guida su sabbia. Com’è normale, fatichiamo con i nostri pachidermi ma nel giro di una mezz’ora riprendiamo la mano (pesante).
Ovviamente non mancano gli insabbiamenti, le facciate sul cupolino e le bestemmie urlate nel casco. Comunque, grazie alle precedenti esperienze, ormai siamo capaci di disinsabbiare le moto in breve tempo e ripartire. Ogni fermata ci lascia con il fiatone e le tute ci fanno da sauna nella canicola sahariana.
Il percorso alterna brevi tracce in pianura e chicane tra il mare di dunette a perdita d’occhio. Non è un percorso eccessivamente impegnativo e i mezzi rispondono bene.
Si riesce agevolmente a intraprendere diversi percorsi fuori traccia anche se, ogni tanto, l’uscita da qualche duna ci riserva ben più di qualche centimetro di dislivello. Dei veri e propri salti. Io mi diverto un mondo a prendere le dune in pieno, fuori dalle tracce già solcate dai precedenti viaggiatori. Ogni volta è una roulette russa. Oltre alla duna ci può essere mezzo metro di salto come tre, ma ho imparato ad atterrare con entrambe le ruote distribuendo quindi peso e botta (alle sospensioni e a me stesso).
Durante le brevi soste, una volta spento il motore, mi rendo conto che il deserto è il luogo più silenzioso al mondo. Un oceano di sabbia che si estende per tutto il mondo visibile, che ti fa sentire in pace con l’universo e vicino ai tuoi compagni di viaggio, uniche, strane creature a navigare insieme a te.
Alì è un vero drago. Con le sue ciabatte e un filo di gas non incontra mai una difficoltà, anzi, in più di un’occasione si separerà brevemente dal gruppo per andare ad aiutare altre carovane. Lo paghiamo uno sproposito ma siamo certi che qualunque cosa succeda lui ci riporterà a casa.
Quando entriamo più in confidenza ci racconta che da ragazzo lui andava di notte a cacciare i conigli nel deserto, con il suo Motobecane (motorino tipico della zona, stile Garelli), puntandoli con i fari in modo che si immobilizzassero.
Mi immagino Alì, figlio di una stirpe di tuareg, ragazzino cresciuto nel deserto, che cucina coniglio alla brace su un fuoco improvvisato.
Nel pomeriggio troviamo sabbia molle e iniziamo ad accusare una certa stanchezza. Più procediamo e più ci rendiamo conto del motivo per cui questo non sia uno dei percorsi preferiti nei raid bicilindrici. La conformazione delle dune ha bisogno di un fine equilibrio tra velocità, baricentro e dosaggio del gas per essere attraversate senza insabbiarsi.
Basta un attimo di indecisione, un’imprecisione nello spostamento del peso o una fermata d’emergenza e ci si ritrova affondati nella sabbia e senza il giusto slancio per aggredire la prossima duna.
Riusciamo lo stesso a cavare d’impiccio i nostri duecento chili (minimo) tra moto, pilota e attrezzatura e ad andare avanti. La testa dura non ci manca.
Una carovana di 4×4 capitanata da guide improvvisate ci intralcia il passaggio e, anche con l’aiuto dell’esperto Alì, riescono a bloccarci per quasi due ore.

Inoltre una delle nostre moto, il BMW RS1200GS, ha dei seri problemi di surriscaldamento della frizione e occorre farla riposare. Su questo tracciato il BMW mette in evidenza tutti i suoi limiti. E’ una moto troppo pesante e troppo delicata per le dune, quelle vere.
Anche il pilota ha bisogno di una pausa. I continui insabbiamenti e l’impossibilità di manovrare una moto che qui non doveva esserci lo hanno fiaccato e messo di malumore.

Vista l’ora non possiamo fare altro che cercare un buon posto per montare il campo.
Tembaine si staglia all’orizzonte in tutta la sua gloria a una decina di chilometri da noi.
Andiamo in avanscoperta per capire come sarà il percorso dell’indomani. Ci sono tre dune molto alte di sabbia poco compatta che tagliano perpendicolarmente la pista per circa cinque chilometri.
Con le nostre moto anche quei pochi chilometri potrebbero portarci via un’intera giornata, tra andare e tornare, e dobbiamo riflettere sul da farsi.
Il problema è anche che quando usciremo dal deserto alcuni di noi dovranno dirigersi direttamente verso il porto di Tunisi per tornare in Italia e, anche avendo calcolato un giorno in più, non siamo sicuri di poter raggiungere la desitinazione e tornare indietro nei tempi.
Mentre noi montiamo le tende e prepariamo il fuoco, Alì “fa un salto” a Tembaine a salutare dei suoi amici nomadi.
Da solo. Di notte. Ve l’ho già detto che è un vero drago?
Infatti, nel giro di un paio d’ore va e torna, portandoci pessime notizie. Ci dice che la pista è un inferno di sabbia molle e che secondo lui potremmo impiegare un’intera giornata solo per arrivare a Tembaine con i nostri bombardoni, soprattutto a fronte dei problemi del 1200, che lui ha dovuto disinsabbiare più volte con le corde, in tratti molto più semplici di quelli da poco affrontati.
Lo Zio di cui sopra getta la spugna. Non vuole saperne di far avanzare la moto di un altro metro.
Ci confrontiamo per capire se ha senso dividerci tra chi ha tempo e voglia di proseguire e chi deve necessariamente fare dietrofront.
Non posso credere che stiamo discutendo sull’eventualità di non proseguire. Davvero dobbiamo fermare la spedizione a causa di una moto che non doveva assolutamente trovarsi qui? Io, come tutti, ho investito mesi di preparazione e migliaia di euro per essere qui, oggi, a dare il tutto per tutto.
Non lo trovo giusto. Smanio, propongo alternative, ci provo ma niente da fare: il gruppo è uno solo e non si può spezzare.
Con grande tristezza la decisione viene presa: non raggiungeremo Tembaine in sella.
Comunque siamo arrivato in un punto che sulla carta era praticamente impossibile raggiungere con le nostre moto, spingendo oltre il limite sia il nostro fisico che i gloriosi bombardoni. Abbiamo dato tutte e siamo riusciti ad arrivare fin qui, ma non riesco a concepire la decisione di non provarc nemmeno.
E’ vero, il deserto è come il mare, non perdona gli incoscienti, ma non averci creduto fino in fondo facendo almeno una sola prova è qualcosa che non perdonerò mai ai ragazzi. Ma è inutile rimugirnarci ancora.
Ci sediamo comunque a goderci un magnifico tramonto intorno al fuoco, mangiando baguette e scatolette.
Domani andrà meglio…

Di seguito il tracciato GPS di questa seconda parte:
puoi continuare a leggere la terza e ultima parte del viaggio qui -> come sopravvivere a una guerra termonucleare

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