di francesco farabegoli © 2011 . This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0).

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[vinx: francesco poga con le mani sulla faccia e per farsi perdonare scrive di musica rumorosa. fa pure i disegnini ma non per lavoro, se no è squalificato. a modo suo tenta di mettermi del sale in zucca e, a modo mio, io gli voglio bene. tu non sei mica obbligato però.]

La risposta che non amo viaggiare l’ho iniziata ad usare sistematicamente qualcosa come quattro anni fa. Non è vero che non amo viaggiare, ma non è che ci sballo. La prima volta che ho risposto a qualcuno non amo viaggiare mi ha guardato come se gli avessi detto che l’olocausto non è mai avvenuto.

O forse peggio. Una volta sono stato in mezzo a una conversazione tra un paio di negazionisti e otto persone straight, nella quale i negazionisti erano preparati e hanno convinto un paio di persone normali. Che poi è piuttosto difficile rispondere qualcosa di sensato a uno che ti chiede “ma tu l’hai mai vista una camera a gas? Ma tu conosci qualcuno di quelli che risultano morti?”. Vabbè. Ecco, per dire, negare l’olocausto è un argomento di conversazione che –quantomeno- interessa due persone su dieci ad un tavolo. I testimoni di Geova hanno una capacità media di attrazione intorno al cinque per cento, una persona su venti che non sbatte la porta la riesci a trovare. Una volta riuscirono ad entrare anche in casa mia, sedersi sul divano e parlare con me. Una storia lunga e noiosa, tutto sommato: mi suonano la domenica e gli dico che ho da fare, mi chiedono se possono ripassare e io non so come rispondo “sì, magari è meglio”. Uno dei due si ripresenta la domenica dopo con una ragazzina struccata e un po’ chubby, la quale per tutto l’incontro mi fissa con occhi sbarrati. Non riescono a convertirmi, comunque: parlare con chi nega l’esistenza di Dio è difficile e noiosissimo, perché gli argomenti sono simili a quelli dei negazionisti dell’olocausto. “Hai mai visto del lambrusco dentro una bottiglia di Ferrarelle?”. Gli argomenti a sfavore del viaggio come svago totalizzano una media molto più bassa, siamo intorno allo zero punto zero per cento.

Quando gli rispondi “non viaggio” è più come se rispondessi “non scopo” o “non amo scopare”. Comprendono che qualcuno non ami viaggiare, ma non riescono ad accettare che si senta libero di sbandierarlo ai quattro venti. Sesso e viaggi hanno un sacco di punti in comune, primo fra tutti la logica incrementale secondo cui sei tanto più figo e completo come essere umano quanti più posti hai visitato o quante più ragazze ti sei montato, e la stessa dinamica in funzione della quale tot viaggi in tot posti diversi fanno di te un uomo di mondo e tot viaggi nello stesso posto fanno di te un pendolare. Viaggiare e fornicare hanno un sacco di cose in comune. Quasi sempre il percorso è tortuoso e prevede costi sgradevoli.

Per così dire. Non vedo l’ora di tornare a Londra, dice uno. Argomento piuttosto comune nelle peregrinazioni per locali artsy-fartsy delle cittadine di qua in giro, del resto: non t’immagini quanta arte, quanti concerti, quanti happening, un take away giapponese in ogni angolo di strada. Ognuno ha la sua possibilità, la porta accanto al bed&breakfast è quella di un club di musica dubstep, il mio amico Giangiacomo è andato su l’anno scorso a fare il parrucchiere a Putney ed ora è il manager di Gwyneth Paltrow. Sai, lassù il nostro lavoro inesistente è davvero considerato. Faccio il fotografo. Faccio l’account manager. Programmo sistemi di difesa aerea. Faccio il java per la Tate Modern. Sono lo chef di uno dei ristoranti italiani più à la page, la mia specialità è la polenta con lo scoiattolo e gli spaghetti Voiello al sugo di pomodoro, tu trovami dieci non-italiani a Londra che sappiano distinguere il basilico dal prezzemolo. Altri hanno deciso che appena tiro su due soldi mi compro un monolocale a Berlino che costano meno che a Campobasso e ormai c’è più arte contemporanea e dubstep che a Londra, anzi, a Berlino la dubstep è bannata per principio e sostituita da dischi house crucca ignorantissima che secondo l’assioma di J-Ax è sempre in voga. Loro, noi, tutti quanti. Vivere a Londra e a Berlino o visitarle quanto più possibile. Io non ho questo genere di bisogni. Non voglio vivere in un posto dove gli omosessuali possono girare indisturbati per le strade tenendosi mano per mano, mi piacerebbe ANZI venissero introdotte sanzioni pecuniarie per gli etero maggiorenni che limonano in pubblico. Così come non ho alcuna reale esigenza legata al vedere matrone cinquantenni con la cresta e il chiodo a fare la spesa da Tesco alle due di notte. Me l’immagino davvero, questa perversione sessuale. Ho amici che hanno iniziato a frequentare Bologna o Ravenna perché Cesena era culturalmente anoressica, il che probabilmente significava che era meno carica di gente con la maglietta a righe del resto d’Italia, e poi non sono riuscite a farsi bastare Bologna e sono fuggite a Milano dove stanno arrabattandosi per trovare un lavoro più o meno fisso come copy, acronimo per macroscopyche teste di minchia che succhiano il sangue alle multinazionali dell’auto cercando di vendere maggiori quantità dei loro prodotti auto vendenti –finendo a lavorare alla pagina eventi locale di Vaffanculo Oggi con contratto cocopro, il più delle volte, o direttamente in una lavanderia figa in quanto milanese. Ad alcuni non è bastato e si sono lanciati a fare le stesse cose, copy o cronista o lavandaia, in città un po’ più al centro dell’impero. Una ristrettissima minoranza ha deciso di fare le cose per bene ed è diventata un testo dei Cani vivente, fa l’editor di qualcosa a NY ed intraprende complicatissimi discorsi su quale sia la miglior bakery a SoHo sotto natale. Io di mio brucerei tutte le bakery che hanno aperto in provincia di Forlì, tutti i cupcake che Dio ci ha messo sotto al naso per punirci e tutti i fast food anni cinquanta che stanno andando di gran moda nella nostra terra, così magari perdo pure un paio di chili.

Per dire di una perversione sessuale del viaggiatore o due, ecco. Ce ne sono altre. Una delle principali è quella di confrontarsi con culture aliene alla propria ed ha il proprio zenit culturale in coloro che riescono a vedere la felicità guardando dentro gli occhi di un bambino malnutrito del corno d’Africa (io ho una patologia molto simile ma con i cani, che tutto sommato si trovano in dosi consistenti nella città in cui vivo). Poi ci sono quelli che devono provare ogni cucina tipica nel posto dove è nata, tornare a casa e concludere con cognizione di causa che dio cristo non hai bevuto una Guinness finchè non l’hai bevuta a Dublino e che la cucina cinese come la fanno in Cina proprio non c’è paragone. GRAZIE AR CAZZO, dice quello. Una delle migliori piadine che ho mangiato fuori dalla Romagna era un piadinaro egiziano che stava di fronte a Scienze Politiche nella prima metà degli anni duemila. Non aveva niente a che fare con la piada, era un coso tondo fatto con la pasta della pizza e certi intrugli di carne-verdure all’interno che nemmeno un kebabbaro folle alla fiera del cattivo gusto di Lipsia, ma funzionava. Nessuno ragiona in termini di gusto assoluto, una cosa è sempre buona o cattiva in quanto TR00 o FAKE. Devi aver viaggiato per essere un viaggiatore, diceva quello. Io ho fatto diversi viaggi, soprattutto per non essere un viaggiatore: qualche capitale europea a casa, qualche cittadina scrausa, una dozzina di aeroporti, una quarantina di zone industriali. Centinaia di amici miei via internet vanno a qualche importante festival di musica europeo, così li becchi tutti in un giorno, tutti i supereroi, l’ex gruppo figo performing il suo disco più colpevolmente cagato ai tempi. Io se un gruppo sotto casa suona fino a mezzanotte e mezza ne ho la piena.

Insomma, non viaggio. Non amo viaggiare. Amo fare altre cose col mio tempo e i miei soldi, non mi rifiuto di viaggiare se mi viene richiesto, preferisco dormire da qualche amico perché li posso tormentare fino a notte fonda e/o invitarli a casa mia (mi piace molto che gli altri viaggino). Viaggiare è un gran pacco. Mi piace andare in treno ma mi piacerebbe anche stare fermo in treno, giusto per farmi i cazzi miei e la gente intorno che dice cose non troppo sensate in merito all’economia. Mi piace conoscere le persone sul treno. Mi piace non conoscerle. Mi piace conoscere gente in qualsiasi situazione preveda il non dover continuare il rapporto una volta finito il viaggio, ma questa non è una cosa legata al viaggiare. Non credo di essere in grado di trovare la mia casa abbandonando casa mia, non credo che andarmene in giro per ostelli possa mettere in gioco la mia tempra. Non voglio imparare altre lingue, vorrei imparare meglio quella che parlo già. Vorrei riprendere in mano la lingua di mia nonna e di mio nonno, ricominciare ad esprimermi a gesti e barattare quello che faccio in cambio di cibo, birra etcetera. Se ho voglia di vedere il Cremlino lo cerco su google. Mi sa che ci sono anche i video.

One Comment

  1. andrea

    :-)

    Concordo che viaggio è il momento di sospensione fra un posto e un altro, dove le persone non le conosci ma ti spiattellano vite, speranze e paninetti e tu dispensi loro ciò che hai in più, sentendoti poi meglio. Un punto di arrivo non è che ancora un altro posto dove perdermi, che è una cosa che so fare benissimo a casa mia.

    anche in cucina, a volte

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